Roswell 1947: un segreto che dura da settant’anni

roswell-1947-un-segreto-che-dura-da-70-anniCiò che accadde nei pressi di Roswell (New Mexico) appena un minuto prima dello scoccare della mezzanotte del 4 luglio 1947 fu non solo l’inizio di quell’incredibile sviluppo tecnologico che oggi vediamo in possesso del mondo moderno, ma anche la più grande e più lunga operazione di cover-up mai attuata sul nostro pianeta, volta a coprire un segreto militare che dura da quasi settant’anni: quello dell’esistenza degli alieni. Già vi ho narrato, a più riprese, e nei minimi dettagli, tutta la vicenda per cui, con questo articolo, intendo riportare alla memoria le vicende principali dell’UFO crash maggiormente noto sulla Terra e, nello stesso tempo, ricordare a tutti la sua vetusta età: alle 23,59 del 4 luglio 2017 saranno appunto trascorsi settant’anni.

IL LUOGO DELLO SCHIANTO

Ma come mai vi sto parlando dell’UFO crash di Roswell quando la navetta aliena, con tutti i suoi rottami, finì il suo ultimo viaggio a circa centocinquanta chilometri di distanza e ad appena sei-sette chilometri dopo il Foster Ranch, una sperduta e piccolissima fattoria della località di Corona, nella Contea di Lincoln? Perché Corona, a quel tempo, si trovava sotto l’influenza della base aerea statunitense più importante, ospitante il 509° Gruppo di cacciabombardieri atomici, cioè la Roswell Army Air Field, situata a sole otto miglia a sud di Roswell; nelle vicinanze vi erano anche altre due importantissime strutture militari: il poligono missilistico di White Sands, nel quale venivano sperimentati i razzi V2 recuperati in Germania alla fine della II Guerra Mondiale, e la base missilistica e nucleare di Alamogordo, ora “Holloman Air Force Base“, così battezzata in onore del Colonello George V. Holloman, pioniere nel campo della ricerca sui missili teleguidati.

IL PRIMO IMPATTO AL SUOLO

Ovvero, l’oggetto volante caduto dal cielo, intercettato alcuni minuti prima della mezzanotte del 4 luglio 1947 dai radar militari delle tre basi militari suddette, ebbe un primo impatto col suolo nei pressi del Forest Ranch, per poi risollevarsi in volo, in un estremo tentativo dei piloti di fronteggiare la tragedia. Purtoppo, quel primo contatto si rivelò devastante per la struttura e la portanza della navetta. Così, dopo aver miracolosamente guadagnato un po’ di quota, nulla poterono allorquando vennero a trovarsi a circa centocinquanta chilometri a nord di Roswell, presso il Ranch denominato “Hub Corn“: i danni subiti si rivelarono di portata tale da costringere l’intero equipaggio ad approntare un atterraggio di fortuna.

IL MOMENTO DELLO SCHIANTO

Non esistendo più la portanza, la potenza venne portata probabilmente al minimo e l’UFO, tornato nuovamente ad abbassarsi per l’ultima volta, dopo aver volato per un breve tratto quasi parallelamente al suolo, si fermò contro una barriera di costoni rocciosi. Quei piloti alieni riuscirono ancora una volta a superarsi, in un ultimissimo e ormai disperato tentativo di salvataggio. Ed in parte ci riuscirono, ma il loro destino aveva già iniziato i primi rintocchi del triste conto alla rovescia, deteminando la conclusione del loro tempo sul nostro pianeta grazie anche, purtroppo, alla paura ingeneratasi nelle menti dei primi militari accorsi sul luogo del crash, avvenuto esattamente presso il Foster Ranch quando mancava solo un minuto esatto alla mezzanotte. Gli operatori ai radar delle installazioni militari circostanti, che lo stavano seguendo da diversi minuti, persero proprio in quel momento ogni contatto.

GLI ULTIMI ISTANTI PRIMA DELLA TRAGEDIA

L’UFO non era solo, però, stando almeno ai rapporti militari del tempo. La sera del 4 luglio 1947 tutti i radar militari in funzione nelle basi di Roswell, Alamogordo e White Sands segnalarono la presenza di numerosi oggetti volanti sconosciuti. Immediatamente, decollarono tutti gli intercettori disponibili, ma accadde un fatto incredibile: ogni volta che gli strumenti degli aerei suddetti intercettavano gli oggetti volanti alieni, questi ultimi scomparivano letteralmente dai tracciati radar. Inoltre, il rilevamento strumentale si rivelò subito la sola ed unica possibilità di intercettamento poiché i mezzi alieni viaggiavano ad una velocità pressoché doppia rispetto a quella degli aerei militari del tempo: ben oltre le mille miglia orarie.

L’OPERAZIONE “ROSWELL”

Poi, all’improvviso, tutte le tracce scomparvero, tranne quella sullo schermo del radar in servizio a Roswell: l’operatore notò, assieme a molti altri militari accorsi, che essa si dirigeva lentamente verso il quadrante inferiore dello schermo e qui, dopo aver dato l’impressione come “di esplodere”, svanì definitivamente. L’UFO era appena caduto al suolo, concludendo la sua avventura sul nostro pianeta nel modo peggiore. Nei primi minuti che seguirono, ovvero quelli del 5 luglio 1947, ebbe immediatamente inizio la gigantesca “Operazione Roswell“, di “crash-and-retrieval“, gestita da operatori ed agenti appositamente addestrati e volta al recupero di tutto quanto giunto inaspettatamente sul nostro pianeta.

TANTISSIMI TESTIMONI DI VISTA

Così, poco dopo la mezzanotte, quindi nei primissimi minuti del 5 luglio 1947, giunsero alcune telefonate allo scheriffo George Wilcox, in servizio presso la Contea di Chavez. Ed egli provvide subito ad avvisare i vigili del fuoco più vicini, ovvero quelli in servizio a Roswell. Purtroppo, nessuno di loro conosceva il punto esatto dell’UFO crash. Per fortuna che i testimoni di quella notte furono davvero tanti, nonostante avesse infuriato su tutta la zona un violento temporale: residenti all’estremita periferia di Roswell, allevatori e campeggiatori. Tutti si mostrarono ansiosi di raccontare ciò che aveva visto, e le testimonianze furono abbastanza concordanti: un velivolo apparentemente esploso in volo ed una successiva luce di tipo abbagliante. Ma i migliori testimoni si mostarono fin da subito i cercatori di reperti pellerossa, che dichiararono di aver visto dapprima una luce pulsante, poi di aver udito dapprima un sibilo seguito subito dopo da un cupo fragore proprio nelle vicinanze. Essi giunsero per primi sul luogo del disastro, situato sul crinale di alcune colline e provvidero subito ad avvisare lo sheriffo Wilcox: il punto esatto si trovava a nord-ovest di Roswell, in direzione della via denominata “Pine Lodge Road“.

L’APPARATO MILITARE

Due mezzi militari, probabilmente due camion, partirono verso le 04,30 da Roswell ma, almeno ufficialmente, il primo a giungere sul luogo dell’UFO crash fu Steve Arnold il quale era partito molto prima a bordo di una delle due autovetture uscite dal 509°. Ovvio! Aveva visto la scena del disastro a video, ma non aveva idea di dove dirigersi poiché non conosceva il luogo dell’impatto; fu comunque davvero fortunato poiché riuscì ad individuarlo ma, arrivato colà, rimase impietrito. Era ancora buio e tutta l’area era già stata isolata ed illuminata a giorno da altri militari, giunti da chissà dove! Così, da quel che ci è dato di sapere oggigiorno, mentre lui stava osservando sul video del suo terminale radar la scena degli UFO che si rincorrevano, altri militari sapevano già tutto ciò che stava accadendo. Chi fossero, però, ancor oggi non si sa. Comunque, altri sapevano tutto ed erano pronti a tutto, segno che il problema ufologico era assai più datato di quel 1947!

LA NAVETTA ALIENA

L’UFO era quasi intatto. Addirittura, osservandolo lateralmente, dava l’impressione di essere ancora integro, almeno nella sua superficie esterna. Attorno ad esso, però, vi era un cimitero di detriti, di frammenti e rottami di vario tipo, segno che un impatto violento era comunque avvenuto. Nel frattempo, i fari dei numerosi velivoli che continuavano a raggiungere quella località contribuivano ad aumentarne la luminosità. L’UFO assomigliava ad un guscio di forma deltoidale, dagli angoli tutti smussati. Aveva la prua letteralmente conficcata in profondità, all’interno di un costone roccioso della scarpata che si trovava ai piedi della collina, mentre la coda era per aria, inclinata di circa 45° rispetto all’angolo del terreno circostante. Tutti i rottami emanavano ancora un forte sensazione di calore. Steve Arnold, osservando attentamente l’intera scena, ebbe la netta sensazione che si fosse trattato di un atterraggio forzato piuttosto che di un vero e proprio schianto. E per quel che concerne la forma deltoidale dello scafo, pensò immediatamente che potesse trattarsi di un vecchio prototipo di ala volante della Curtiss. Inoltre, osservò che sul bordo posteriore spiccavano due piccole derive verticali e fra loro divergenti.

GLI ALIENI CADUTI A ROSWELL

Infine, Steve osservò al suolo due piccole sagome di colore grigio-scuro, lunghe tra un metro e venti ed un metro e quaranta circa. Vide poi un altro corpo del tutto immobile. E ne vide un altro ancora che se ne stava appoggiato contro una protuberanza sporgente dalla sabbia del deserto. Infine, ne avvistò ancora un altro accasciato al suolo, proprio sotto lo squarcio longitudinale della navetta.

Si avvicinò con circospezione ed osservò che all’interno di quel velivolo, nonostante fosse ancora notte, vi era una luce talmente luminosa da assomigliare a “quella del sole quando è alto nel cielo”. Proveniva da un imprecisato punto del soffitto e non sembrava essere alimentata da una fonte elettrica. E nemmeno assomigliava a qualcosa di naturale in quanto era decisamente troppo intensa rispetto alle fonti luminose della sua esperienza di vita.

Così, mentre egli stava ancora rimirando stupito quell’incredibile luminosità, qualcuno attirò l’attenzione dei presenti segnalando la presenza di un alieno ancora in vita. Si dibatteva per ogni dove e tremava senza sosta. La sua piccola bocca si spalancava in continuazione, come per emetter un grido di dolore. Incredibilmente, tutti i presenti alla scena non udirono nulla attraverso le loro orecchie, ma tutti furono concordi nel dire che quell’urlo era stato udito nettamente dai loro cervelli! Trasmissione del pensiero ante litteram? Potrebbe essere stato possibile! Nel frattempo, purtroppo, quel povero essere iniziò ad avere le convulsioni. Steve lo vide rigirare l’enorme testa da una parte all’altra, come per ricercare la sostanza gassosa a lui necessaria per respirare, ma nella nostra atmosfera ci sono solo ossigeno ed anidride carbonica e nessuno poteva sapere di che cosa avrebbe avuto bisogno l’alieno.

E mentre ciascuno dei presenti avrebbe voluto poter aiutare concretamente quella piccola creatura, un militare si mise ad urlare poiché era stato avvistato un settimo alieno che stava correndo in direzione del pendio, in un disperato tentativo di fuga, inseguito da diversi militari. Purtroppo, nel timore che avesse potuto scappare, alcuni di quei militari spararono a più riprese, centrandolo in pieno. Infine, tutti i corpi degli alieni furono deposti sulle barelle militari e vennero sistemati sul pianale di un camion. Per l’UFO si dovette invece attende l’arrivo dalla base di Roswell di una grande gru. Essa provvide a sollevarlo e l’operatore addetto alle manovre dichiarò che quell’oggetto sembrava essere incredibilmente leggero, vista la facilità con la quale lo si era potuto sollevare dal suolo. Comunque, alla fine trovò anch’esso posto sul pianale ribassato di un rimorchio militare. Nel frattempo, ad operazioni quasi concluse, tutta la zona pullulava di curiosi.

DAN DWYER, TESTIMONE DI VISTA

Dan Dwyer era un vigile del fuoco, di stanza a Roswell, che era stato inviato colà assieme a tanti altri colleghi. Essendo quasi giorno, egli ebbe la fortuna di poter osservare non solo l’UFO da molto vicino, dopo il suo deposito sul pianale di un rimorchio, ma anche i corpi di due alieni non ancora deposti all’interno dei sacchi, e quindi non ancora caricati sul camion. Uno dei due sembrava apparentemente deceduto ed il suo corpo era stato fissato alla barella con delle cinghie. L’altro, invece, ancora si stava contorcendo, forse nelgli spasmi della morte, ma non era ancora deceduto!

Dopo che i mezzi militari si erano messi in moto, diretti alla base di Roswell, Dan iniziò a raccogliere dal terreno alcuni frammenti dimenticati dalla squadra di militari deputati al recupero e notò che assomigliavano a tessuto. Quel tessuto aveva una tonalità grigiastra, quasi metallizzata, ma con una caratteristica stranissima: se piegato, non appena libero tornava alla forma originaria.

Non avendo null’altro da fare, anche Dan si recò alla base suddetta, giungendo però a sera inoltrata. La sua curiosità era davvero tanta, così decise di saperne di più. Doveva sapere poiché aveva capito che ciò che i suoi occhi avevano visto non apparteneva a questo mondo. Così, non appena gli fu possibile, si arrampicò su uno di quei camion e rivide l’alieno immobilizzato con le cinghie. Lo guardò stupito. Le dimensioni erano quelle di un bambino ed alcune caratteristiche erano decisamente umane, ma la testa era davvero spropositata. Aveva poi quei grandi occhi scuri e inclinati, assai distanti fra loro e con gli angoli rivolti verso il naso. Notò che il naso, la bocca e le orecchie erano praticamente assimilabili a poco più di piccole fessure. Il colore della pelle tendeva al grigiastro- marron ed era del tutto priva di peluria. Dopo un po’, giunsero alcuni militari, che provvidero a caricarlo definitivamente sul cassone di un altro camion.

ROY DANZER, TESTIMONE DI VISTA

Roy era un idraulico che si trovava già in servizio alla base di Roswell. Essendosi ferito ad una mano alcuni giorni prima del 4 luglio 1947, si era recato in infermeria per far controllare lo stato di avanzamento della guarigione. E il caso volle che giungesse in concomitanza con l’arrivo dei militari, i quali stavano trasportando all’interno dell’infermeria un alieno ancora vivo, deposto su di una barella e ben stretto da robuste cinghie. Lo guardò negli occhi e quello sguardo fu ricambiato. Rimase allibito: quello non era un essere di questo mondo! Il suo volto, cioè gli occhi, il naso, la bocca, il mento e le orecchie, occupava solo una piccolissima parte di una testa sproporzionata. Successivamente, i corpi degli altri sei alieni probabilmente deceduti furono trasportati all’ospedale della base di Roswell, forse per essere sottoposti ad autopsia.

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