Nasa ed astronauti: John Glenn e le particelle luminose

John Herschel Glenn, nato a Cambridge (Ohio) il 18 luglio 1921, fu un pilota collaudatore, un astronauta, un senatore statunitense e colui che, per primo, vide le particelle luminose roteare vorticosamente durante la sua prima missione nello spazio. Sposato con Anna Margaret Castor, ebbe due figli: John David e Carolyn Ann. Arruolatosi nel 1941, come pilota nel corpo nei Marines, prese parte alla guerra di Corea e, al termine di quel conflitto, divenne ufficialmente un pilota collaudatore, ottenendo addirittura diversi record di velocità. Negli anni ’50 prese parte a diverse trasmissioni televisive divenendo così molto popolare fra la gente. Nel 1988, già settantasettenne, partecipò alla missione dello Space Shuttle STS-95 per studi legati al rapporto fra fisiologia umana avanzata e problemi nello spazio.

Nel 1960 venne arruolato tra i “Mercury Seven“, ovvero i primi sette astronauti della NASA destinati a prendere parte al programma spaziale “Mercury” ed il 20 febbraio 1962 ebbe l’altissimo onore di essere il primo statunitense ad entrare in orbita attorno alla Terra nel corso della missione denominata  “Mercury-Atlas 6“. E fu proprio durante tale missione che accaddero i primi due fatti ufficiali di presunta natura ufologica: l’avvistamento delle particelle luminose e di un globo altrettanto luminoso durante la fase di rientro. Nel 1964 lasciò la NASA per intraprendere la carriera politica e fu eletto senatore dell’Ohio nelle fila del Partito Democratico, del quale rimase rappresentante fino al 1992. Nel 1998 fece rientro alla NASA, prendendo parte alla missione “STS-95“, principalmente per sperimentare il rapporto fra età fisiologica e vita nello spazi: aveva settantasette anni ed ancora un coraggio da leone. Mancò al mondo dei vivi l’8 dicembre 2016, a novantacinque anni, mentre si trovava ricoverato presso il James Cancer Hospital (Ohio).

JURIJ GAGARIN E QUELLA COSA CHE SUPERAVA OGNI FANTASIA

La missione Mercury-Atlas, conosciuta anche come “MA-6“, fu una missione spaziale con equipaggio a bordo, rientrante nel programma più generale denominato “Mercury”: la risposta americana al programma russo Vostok che, il 12 aprile 1961 aveva portato nello spazio Jurij Alekseevič Gagarin a bordo della Vostok 1, ovvero colui che, almeno secondo quanto pubblicato da Adolf Schneider e Hubert Malthaner in “Il segreto degli UFO”, De Vecchi Editore (1977), nel corso di una visita a Cryton (Inghilterra) avrebbe rilasciato la seguente dichiarazione: “Durante il mio volo ho visto qualcos’altro oltre quello che tutti sanno. Qualcosa che supera ogni fantasia e che stupirà il mondo se avrò l’autorizazione a diffonderlo“. Non male come inizio dei voli nel cosmo, mentre alla NASA, dopo oltre mezzo secolo, vogliono ancora darci le pilloline per dormire, aiutati in Italia dalla longa manus cicapina. Ah, ah,ah,ah! Meglio ridere, ma per davvero!

LA MISSIONE MERCURY-ATLAS 6

Alcuni mesi dopo l’impresa di Gagarin, il 29 novembre 1961, a successo avvenuto della missione “Mercury-Atlas 5“, con a bordo lo scimpanzè ENOS, alla NASA si decisero a dare l’annuncio che il successivo volo, appunto il “MA-6” avrebbe avuto a bordo un uomo: John Herschel Glenn e, come sostituto, Scott Carpenter. L’obiettivo, logicamente, non avrebbe dovuto essere inferiore a quello appena concluso dai russi: far orbitare una capsula statunitense attorno alla Terra, per ben tre volte. Fu lo stesso John Glenn che scelse il nome da dare alla sua capsula e la scelta cadde su “Friendship 7” (Amicizia 7), così da onorare il programma dei famosi “Mercury Seven” suddetti.

CONTRATTEMPI

Mentre le precedenti missioni aveva visto solo voli suborbitali, con l’ausilio di razzi vettori tipo “Redstone“, la missione “MA-6” vide in rampa di lancio un razzo vettore del tipo Atlas, ovvero l’antesignano dei razzi spaziali Titan e Saturn. Non tutto filò liscio e se il razzo vettore era già pronto ai primi di gennaio, fu accertato successivamente un difetto al serbatoio del carburante, così si dovette proseguire con le esercitazioni dei due atstronauti, sia sul simulatore che nella rampa di lancio vera e propria, anche perché la data prefissata del 27 gennaio non si mostrò favorevole al lancio per la presenza di un meteo negativo, tale da compromettere una regolare ripresa televisiva di un avvenimento di portata storica.

TERRORE IN ORBITA

Finalmente, il 20 febbraio 1962, grazie al meteo favorevole, la missione “MA-6” ebbe inizio alle 14:47 da Cape Caneral e dopo soli dieci minuti la capsula Friendship 7 si trovava già in orbita, ad una velocità di oltre 28.000 km/h. Ma i contrattempi, purtroppo, continuarono.

Nel corso della seconda orbita, infatti, il sistema di controllo di bordo segnalò un parziale spostamento di posizione dello scudo termico, indicando così, al rientro nell’atmosfera terrestre, il rischio di far prendere fuoco alla capsula. Al centro di controllo decisero di mantenere in posizione i retrorazzi frenanti, senza staccarli come di solito si era fatto nelle precedenti missioni, sperando così che lo scudo termico avesse potuto resistere alla forza di attrito dell’aria o, almeno, spostarsi ancora un po’ ma solo minimamente. Infatti, sapevano benissimo che se si fosse superato quel momento critico, di primo attrito atmosferico, con il successivo aumento della pressione lo scudo termico, pur se in parte distaccato, sarebbe inevitabilmente rimasto schiacciato contro la capsula. Tutto sembrò procedere come nei piani ma, incredibilmente, come nella più tipica americanata, prima si esaurì del tutto il carburante, poi ci si mise anche il paracadute che pensò bene di aprirsi troppo presto. Tuttavia, un po’ l’alleggerimento della capsula privata del carburante, un po’ i retrorazzi rimasti attivi, un po’ il paracadute fecero in modo da stabilizzare il volo e quindi la stessa capsula, che precipitò nelle acque dell’oceano Atlantico e venne raccolta dall’incrociatore USS NOA. Così, non appena essere stato recuperato, Glenn attivò il congegno esplosivo per staccare il portello d’uscita, ma rimase lievemente ferito alla mano.

MISTERO

A festeggiamenti finiti e dopo essere diventato un eroe nazionale, Glenn confessò che mentre si trovava al di sopra dell’Australia, la capsula venne letteralmente circondata da migliaia e migliaia di particelle luminose, che lo scortarono per circa 6.000 chilometri. E quando tutto sembrò essere finito, egli ebbe pure a dichiarare di essere stato seguito da un globo luminoso che, come chiarì in seguito, “Non era una meteora!“, gli costò il posto di lavoro. Troppo per la NASA. Troppo per l’apparato di sicurezza statunitense che, in pieno clima ufologico, fu costretto ad allontanare colui che era appena stato definito “un eroe” da tutta la nazione.

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