Roswell 1947: i detriti visti dai testimoni

roswell-1947-ufo-crash-siteL’incidente di Roswell ha riempito pagine e pagine di giornali, di riviste e di libri, nonché le sale cinematografiche mondiali e continua tuttora ad alimentare su tutto il pianeta una vasta filmografia televisiva, riempendo di denari le tasche dei produttori e degli editori che si sono buttati a capofitto su questa vicenda. Purtroppo, nonostante una così vasta produzione, le immagini che hanno sempre avuto il sopravvento sono state sostanzialmente le seguenti: innanzitutto quella dell’incredibile astronave aliena a forma di goccia rovesciata e con le ali ripiegate sinuosamente all’indietro, similmente ad una manta, poi i piccoli esseri grigi e glabbri che si trovavano a bordo della navetta, quindi il materiale a memoria di forma e, infine, le travi riportanti misteriosi disegni assimilabili a geroglifici. Ed essendo tutto ciò di primaria importanza dal punto di vista della curiosità, ha sempre avuto il sopravvento su tutto il resto costituito dall’enorme massa di detriti rinvenuti sul terreno, su di un’area scavata per alcune centinaia di metri in lunghezza e poco più di una decina di metri in larghezza, di cui parleremo nel presente articolo.

Laggiù, nei momenti immediatamenti conseguenti l’impatto della misteriosa navetta spaziale, i primi testimoni giunti sul luogo, provenendo da diverse direzioni, ebbero modo di vedere i resti del devastante impatto al suolo di un oggetto volante proveniente da un altro mondo. Erano pezzi di materiali di ogni genere e avanzi sminuzzati provenienti da quella parte dello scafo che aveva dovuto affrontare l’inevitabile impatto col suolo, dopo aver tentato un disperato atterraggio notturno di fortuna, durante un violentissimo temporale. Noi, ora, vi racconteremo che cosa hanno detto di aver visto non solo coloro che vennero a trovarsi immediatamente in zona, ma anche coloro che ebbero modo di vedere nei giorni, nei mesi e negli anni successivi i detriti raccolti dalle prime persone giunte colà, militari compresi.

In questo modo cercheremo di colmare un’evidente lacuna dell’ufologia mondiale, ovviamente assai più interessata a tutto quanto possa colpire l’immaginario collettivo, ovvero: l’UFO, gli alieni, il materiale a memoria di forma e le incisioni presenti su alcune travi. Nell’elenco delle “cose viste o trovate“, citeremo anche materiali molto comuni, come la balsa, che sono però chiaramente da mettere nel conto del cover-up immediatamente attivato dalle forze militari ed afferibile al progetto Mogul.

LE NOTIZIE UFFICIALI DEL GOVERNO AMERICANO

Per quel che si sa, esistono solo due relazioni ufficiali sui fatti di Roswell. La prima, del 1995, è conosciuta come “The Roswell Report: Fact versus Fiction in the New Mexico Desert“, nella quale i vertici militari stabilirono che i resti recuperati a Roswell non erano altro che detriti di un progetto militare segreto statunitense denominato “Progetto Mogul”, consistente in palloni sonda di alta quota, studiati per rilevare le onde sonore sia dei missili balistici russi che delle esplosioni nucleari in atmosfera. Della falsità di questa tesi abbiamo già parlato con abbondanza di particolari nei precedenti articoli su Roswell, per cui null’altro aggiungeremo.

La seconda, del 1997, conosciuta come “The Roswell Report: Case Closed“, stabilì ufficialmente che i corpi rinvenuti a Roswell non furono altro che dei semplici manichini antropomorfi, fatti precipitare da altezze diverse allo scopo di verificare la tipologia di danni. Chiaramente fu l’ennesima “americanata” in quanto tutti ormai sanno che il “Project High Dive” fu una realtà concreta, ma condotta tra il 1954 ed il 1957, ovvero non meno di sette anni dopo i fatti di Roswell. Per fortuna si sa tutto anche di questo progetto, che era teso a dare una valutazione alla probabilità di sopravvivenza dei piloti in conseguenza di cadute da altezze varie, compresa quella massima immaginata a trenta chilometri di quota. State un po’ a sentire.

Grazie alle numerose immagini disponibili, sappiamo che quei manichini erano costruiti su di uno scheletrato di metallo leggero vario, a sua volta ricoperto da una stratificazione grossolana di lattice, tendente a rappresentare strutturalmente un corpo umano. Sappiamo che l’intera struttura era sostanzialmente cava e che, almeno vista da lontano, era assimilabile ad un corpo umano, ma il viso era ovviamente glabro, cioè liscio e privo di qualsiasi tipo di peluria, così da donare un aspetto cupo e tetro. Tale effetto era enormemente aumentato dall’assenza del colore agli occhi, dall’assenza dei padiglioni auricolari, dalla bocca chiusa e priva del tipico colore delle labbra. Le mani erano dotate di cinque dita ma, molto spesso, dopo impatti da quelle altitudini, tutti gli arti venivano gravemente lesionati. Sappiamo inoltre che venivano vestiti con una tuta aviatoria vera e propria e quasi sempre erano dotati di paracadute.

L’INIZIO DELLA NOTTE DEL 4 LUGLIO 1947

Il primo a giungere sul luogo del crash, situato a circa sei miglia da Corona, nella contea di Lincoln, fu W. William “Mack” Brazel, un povero allevatore di pecore della zona abitante a circa trenta miglia di distanza.

Erano da poco iniziata la notte del 4 luglio 1947 e Brazel aveva iniziato a riposare fin dalle 22:00, ora in cui si era scatenato un forte temporale su tutta l’area. Egli riferì agli inquirenti che tra quell’ora e le 23:30 gli sembrò di aver udito un fortissimo rumore, simile all’intenso fragore generato da un tuono. Ovviamente, sul momento, non diede peso più di tanto al fenomeno, in quanto rientrava nella normalità di quel tipo di eventi atmosferici, per cui rimase un po’ nel dormiveglia e riprese poco dopo il sonno.

I MILITARI CONTROLLAVANO GIÀ TUTTO

Nel frattempo, nelle tre basi militari di Roswell, White Sands ed Alamogordo, erano tutti in allarme rosso poiché sugli schermi radar era ricomparso l’inquietante “radar blip” dei giorni precedenti che segnalava la presenza di un misterioso oggetto volante, come testimoniò l’operatore radar Steven Arnold, il quale dichiarò di aver visto “… the radar blip explode in a brilliant white florescence and evaporate right before his very eyes …”. Quell’UFO fu quindi intercettato dai radar e fu visto esplodere e sparire dagli schermi, in modo tale che non avrebbe mai e poi mai potuto essere un pallone-sonda, con buona pace di chi ancora si ostina a sostenere la prima ipotesi militare.

ORARI MISTERIOSI

Da quel che si sa di ufficiale, nessuno è ancora in grado di ripercorre gli orari esatti di quella notte, tranne quelli certi del plottaggio a video, da parte degli operatori radar delle tre basi militari, afferenti la famosa luce che stava cadendo dal cielo. Ma quello è top secret ancora adesso, quindi dobbiamo per forza di cose fare delle deduzioni logiche. Da quel che si sa, fra l’altro mai smentito da nessuno, la cronistoria esatta degli avvenimenti del giorno 5 luglio 1947, ovvero quello seguente il presunto UFO crash, sarebbe quella di seguito descritta.

ORE 02:00

Attorno alle 02:00 del mattino giunsero al Foster Ranch il Maggiore Jesse Marcel ed il Capitano Sheridan Cavitt, del controspionaggio, e forse, ma è solo una supposizione, con loro c’era l’operatore radar Steven Arnold, colui che aveva dichiarato di aver osservato l’accaduto sullo schermo radar.

ORE 03:00 – 04:00

Poco dopo le 03:00 arrivarono i militari e alle 04:00 esatte giunse sul luogo anche lo sceriffo Gerge Wilcox, il quale ebbe a riferire che loro avevano già recintato tutta l’area, l’avevano quindi illuminata quasi a giorno con potenti riflettori e stavano perlustrando centimetro dopo centimetro, con lo scopo di raccogliere tutto e fare una bonifica totale dell’area.

ORE 01:30 – 01:55

I primi in assoluto a giungere sul luogo del crash, situato a circa sei miglia da Corona, nella contea di Lincoln, fu Ware William “Mack” Brazel, un povero allevatore di pecore della zona ed il figlio Vernon, di soli otto anni. Ora, poiché essi giunsero sul luogo del crash prima dei militari, e non videro né il Maggiore Jesse Marcel né il Tenente Colonello Sheridan Cavitt, giunti colà alle 14:00, come si evince dai resoconti, viene da porsi una semplice domanda: “Ma a che ora si saranno mai svegliati per giungere al loro ranch prima di tutti?“.

Dovendo percorrere non meno di sei miglia a cavallo, avranno avuto bisogno di almeno una mezz’oretta e quindi si saranno svegliati verosimilmente tra l’una e l’una e un quarto del 5 luglio. Dopo aver fatto una fugace colazione, salirono a cavallo e si diressero verso la loro piccola fattoria, il famoso “Foster Ranch“, dove c’era un gregge da accudire. Specifichiamo che alcuni ricercatori del copia e incolla hanno scambiato il figlio Vernon con il suo amico Dee, il figlio dei Proctor, i vicini di casa di William Brazel, che aveva addirittura un anno in meno.

IL PRIMO TESTIMONE: LA FALSA INTERVISTA

Ed ecco, infine, che cosa vide William Brazel, al tempo quarantottenne, secondo l’intervista che gli venne fatta la sera dell’8 luglio 1947 da un cronista del “Roswell Daily Record” e pubblicata il giorno seguente. Egli raccontò al giornalista che fin da 14 giugno si era imbattuto in un’area ricolma di rottami luminosi, strisce di gomma, pezzi di carta stagnola, altra carta piuttosto dura e bastoni di vario tipo lunghi mediamente un metro. Era in compagnia del figlio Vernon, di otto anni, ma aveva fretta e quindi non prestò molta attenzione a quanto vide sul terreno. Ma il 4 luglio vi ritornò sempre con Vernon, con la moglie e con la figlia Betty per raccogliere un po’ di detriti. Il giorno dopo, ovvero il 5 luglio, recatosi a Corona per vendere lana, sentì parlare di dischi volanti, e si chiese se quei detriti che  aveva trovato avessero potuto essere i resti di uno di questi. Andò quindi dallo sceriffo George Wilcox e gli comunicò il suo dubbio. Lo sceriffo avvisò il Roswell Army Air Field ed il Maggiore Jesse A. Marcel che, in compagnia di un uomo in borghese, si recò a casa di W. Brazel a prendere i pezzi del presunto “disco volante” di cui si era appropriato, cercando addirittura di ricostruirlo. Già aveva tentato inutilmente l’allevatore, ma non si riusciva a comprendere come avessero potuto stare insieme quelle cose. Il povero Brazel specificò in quell’intervista che egli non aveva concretamente visto nulla cadere dal cielo, ma aveva solo trovato quell’enorme quantità di oggetti a terra, quindi non poteva conoscere né le dimensioni né la forma del presunto disco volante, ma dedusse che avrebbe dovuto essere stato lungo almeno quanto un tavolone da dodici piedi (circa quattro metri), specificando poi che la gomma color grigio fumo era sparsa su di una superficie di circa 200 yarde di diametro (circa 200 metri quadrati). Specificò poi che, dopo aver raccolto circa cinque chilogrammi di quel materiale, non riuscì a vedere alcun segno di metallo nelle vicinanze, tale da ipotizzare un motore o i resti di un’elica. Notò, per contro, che vi erano diversi pezzi di nastro adesivo: alcuni riportanti lettere in qua e il là, altri riportanti fiori stampati. Non vide nemmeno stringhe o fili metallici, eccezion fatta per alcuni occhielli in zone determinate dei fogli di carta. Infine, dichiarò che in passato aveva avuto modo di rinvenire due palloni di osservazione utilizzati dall’esercito in quegli anni, ma il materiale rinvenuto questa volta era completamente diverso dagli altri due: “Sono sicuro che quello che ho trovato non era un pallone di osservazione del tempo”.  

L’INIZIO DEL COVER-UP

Che dire di questa intervista? Se ci avete seguiti con attenzione, dovreste certamente ricordare che lo schianto era avvenuto la sera del 4 luglio, probabilmente subito dopo le 22:00. Poi, come abbiamo visto, il mattino del 5 luglio, Brazel giunse sul luogo del crash molto prima del Maggiore Jesse Marcel e del Tenente Colonello Sheridan Cavitt, del controspionaggio, arrivati colà verso le 2:00.

Alle 3:00 erano giunti i militari che, dopo aver gentilmente “trattenuto in stato di fermo” il povero Brazel, in attesa dell’arrivo dello sceriffo Gerge Wilcox, ovviamente con lo scopo di ricredersi su quanto aveva visto, recintarono tutta l’area, poi la illuminarono quasi a giorno con potenti riflettori, non solo con lo scopo di perlustrarne ogni centimetro quadrato e raccogliere tutto quanto fosse possibile, in modo da bonificarla in maniera permanente, ma fecero sparire più in fretta possibile l’oggetto volante caduto dal cielo, prima sollevandolo faticosamente con una gru, poi depositandolo sopra da un camion, quindi trasferendolo dapprima in un hangar, quindi a Fort Worth, in Texas, e da qui un nuovo trasferimento verso la più sicura base aerea di Wright Field, in Ohio.

Il giorno seguente, ovvero il 6 luglio 1947, il cronista John McBoyle aveva dato la notizia al mondo intero che le forze armate americane avevano catturato un disco volante: “L’Aeronautica Militare ha annunciato il ritrovamento di un disco volante in un ranch nei pressi di Roswell e di esserne entrata in possesso. Il fortunato ritrovamento è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra il proprietario del ranch e lo sceriffo della contea. Il Flying Disk è stato ispezionato presso il Roswell Army Air Field e lasciato alla responsabilità diretta del maggiore Jesse Marcel, del 509° Stormo Bombardieri… Il tenente Walter G. Haugh ha dichiarato che da ieri le tante voci sui Flying Disks sono diventate realtà… (NdR – Si tratta dell’addetto alle pubbliche relazioni della Base di Roswell) “.

SINTESI DI UN AFFIDAVIT ASSAI IMPORTANTE

A questo punto conviene aggiungere un “Affidavit” dello stesso Walter G. Haugh, ormai settantenne ed in pensione, essendo nato nel 1922, rilasciato al notaio Beverlee Morgan il 26 dicembre 2002 e riportato da Carey  & Schmitt nel loro libro “Witness to Roswell“, del 2007. Noi ne riportiamo qui solo una sintesi, ovviamente sotto forma discorsiva.

Egli, nel luglio del 1947 si trovava in servizio presso la base militare di Roswell, ed era consapevole sia del fatto che qualcuno aveva segnalato i resti di un velivolo abbattuto, sia che il Maggiore Jesse A. Marcel, capo dei servizi segreti, fosse stato inviato dal Colonello W. Blanchard, comandante della base, ad indagare. Nel tardo pomeriggio apprese pure di un secondo sito che sarebbe stato oggetto di un presunto crash. Il mattino dell’8 luglio, alle 7:30, vi fu una riunione programmata dal comandante della base, alla quale parteciparono: il capitano Sheridan Cavitt, il Colonello James Hopkins, il Tenente Colonello Ulisses Nero, il Colonello Thomas Dubose e il Generale di Brigata Roger Ramey con tutto il suo stato maggiore.

L’argomento attineva il vasto campo di detriti nella Contea di Lincoln, a circa 75 miglia a NO di Roswell. Si parò anche del secondo sito oggetto di ritrovamenti, collocato a circa 40 miglia a Nord di Roswell. Sul tavolo di quella riunione furono presentati diversi campioni di oggetti rinvenuti sui due campi. Un tipo di materiale era diverso da tutti quelli visionati che aveva visto fino ad allora, durante la sua intera vita. Sembrava di lamina di metallo, ma era simile a carta sottile ed era estremamente forte. Furono inoltre esaminati pezzi con insolite marcature per tutta la lunghezza. Durante la riunione nessuno dei presenti è stato in grado di identificare alcun tipo di detrito.

A quel punto, la preoccupazione maggiore divenne quella della divulgazione delle scoperte, così il Generale Ramney avanzò la proposta suggerita dallo Stato maggiore del Pentagono, consistente nel concentrare l’attenzione pubblica sul sito meno importante, in quanto la stampa era già stata informata. Così verso le 9:30 il Colonello Blanchard gli telefonòe gli dettò il famoso comunicato stampa che annunciava che l’esercito degli Stati Uniti era entrato in possesso di un Flying Disk, proveniente da un ranch a nord ovest di Roswell. Tale comunicato avrebbe dovuto pervenire alle stazioni radio KGFL e KSWS e ai quotidiani Daily Record e il The Morning Dispacht.

Quindi, prima di lasciare la Base militare, il Colonello Blanchard condusse personalmente il Tenente W. Haugh al palazzo 84 (AKA Hangar P-3), che era sotto stretta sorveglianza. Una volta all’interno gli fu permesso di osservare da una distanza di sicurezza un oggetto che era stato appena recuperato a nord della città (quindi, non sul crash di Corona, riferito da W. Brazel, NdR). Misurava da 12 a 15 piedi di lunghezza, era alto circa 6 piedi ed aveva la forma di un uovo (ovverro, misurava circa 4 metri per due, NdR). La sua superficie sembrava metallica. Era privo di finestre o di oblò, non presentava ali e nemmeno sezioni di coda. Non aveva un carrello di atterraggio visibile. Seppur da lontano, vide un paio di corpi distesi sotto ad un telone di tela. Avevano grandi teste ed il contorno della tela suggeriva corpi di bambini di dieci anni. Successivamente, ritornati nell’ufficio di Blanchard, egli ne indicò l’altezza in circa 4 piedi (poco meno di un metro e mezzo, NdR).

In un primo momento non venne informato di un eventuale obitorio temporaneo, ma gli dissero che il relitto non era caldo e quindi non era radioattivo. Al suo ritorno da Fort Worth, il Maggiore Marcel disse di andare a prendere pezzi di un relitto che si trovavano nell’ufficio del Generale Ramey: erano quelli di un pallone metereologico e di un aquilone radar! Successivamente, seppe che due squadre di militari, specializzate per recuperi, sarebbero ritornate sui siti ogni sei mesi per ricerche su eventuali rimanenti prove.

Egli concluse il suo affidavit con le seguenti parole: “I am convinced that what I personally observed was some type of craft and its crew from outer space. I have not been paid not given anything of value to make this statement, and it is the truth to the best of my recollection“. Ovvero: “Sono convinto che ciò che ho personalmente osservato fosse qualche tipo di velivolo e di equipaggio provenienti dallo spazio esterno. Non sono stato pagato né ho ricevuto alcunché per fare queste dichiarazioni, ed è la verità al meglio della mia memoria”.

ALTRI TESTIMONI ATTENDIBILI

Si sa per certo che il sergente Melvin E. Brown lavorò alla base di Roswell e dichiarò addirittura di essere stato personalmente di guardia ai resti della navetta aliena e di aver avuto modo di osservare da vicino i corpi degli alieni deceduti nel crash. La vicenda viene tuttora confermata da una delle sue figlie, messa a conoscenza della vicenda direttamente dal padre, secondo il quale gli alieni di Roswell rassomigliavano a gente di razza asiatica, privi di capelli e con la testa molto grossa.

Si sa anche che il Maggiore Edwin Easley, di stanza a Roswell nel 1947 con l’incarico di “Maresciallo capo della polizia militare”, e quindi diretto responsabile di tutto l’immediato controllo sulla vicenda, in punto di morte confermò che laggiù era caduto un vero disco volante ed erano stati recuperati diversi corpi alieni.

Si sa poi che Glenn Dennis, al tempo assistente part-time nel Ballard Funeral Home di Roswell come imbalsamatore e responsabile per i servizi di ambulanza e mortuari per il vicino Army Air Field di Roswell (RAAF), chiamòo il numero verde dopo un episodio di Unsolved Mysteries sull’incidente di Roswell e dichiarò di essere stato il primo testimone a confermare la presenza di corpi alieni alla base suddetta.

IL LAVAGGIO DEL CERVELLO

Infine, la sera dell’8 luglio 1947 la ciliegina sulla torta, con l’intervista a Ware William “Mack” Brazel, pubblicata il 9 luglio, e totalmente edulcorata nei contenuti sulle cose viste, con l’obiettivo di ricondurla all’attivita dei pallonio startosferici “Mogul”, quindi dilazionata nel tempo, con un pre-ritrovamento il 14 giugno, addirittura in compagnia di bambini ed una successiva decisione di comunicazione di rinvenimento dei detriti solo in conseguenza delle voci udite a Corona su qualcosa che si sarebbe schiantato al suolo nei giorni precedenti.

Detto ciò, ricollegandoci all’intervista suddetta, viene da sé che essendo posteriore di ben tre giorni al crash, siamo di fronte ad una ricostruzione dei fatti già ampiamente calmierata: Jesse Marcel dovette subire il fermo direttamente nel suo “Foster Ranch”, quindi l’arresto a Corona, poi la consegna di quanto aveva portato a casa propria come ricordo, quindi la minaccia di non divulgare nulla di quanto visto e toccato, pena l’incolumità sua e della famiglia. Ovviamente, dietro alle minacce, probabilmente vi furono anche delle promesse concrete poiché il povero allevatore di pecore, che non aveva combinato nulla nei suoi primi cinquant’anni da pastore, in due anni si costruì una nuova casa ed iniziò a girare fra Corona e Roswell con una fiammeggiante ed invidiata auto nuova. Normalmente, le pecore non fanno monete, ma solo lana e tanta cacca!

EBE E RETROINGEGNERIA ALIENA

Siete grandi abbastanza, cari lettori, per trarre le vostre conclusioni. Ma aspettate ancora un po’, poiché non vi abbiamo parlato di che cosa videro testimoni affidabili come i militari che subito dopo Marcel giunsero sul luogo del crash. C’è da impallidire! E ancora non vi abbiamo narrato nulla di quello che raccontò al mondo intero il comandante supremo dell’intera catena di Roswell, il Tenente Colonello Philip Corso, a cui si deve il primo vero e autentico Disclosure sulle conquiste tecnologiche di questi ultimi cinquant’anni, tutte collegate alla retroingegneria aliena derivata da quell’incredibile UFO crash accaduto in una piovosa notte estiva del 1947, fra le sperdute terre rocciose della piana di Corona, nel New Mexico, quando una navicella a forma di manta, proveniente da un altro mondo, si disintegrò contro uno sperone roccioso, dopo aver strisciato per alcune centinaia di metri e lasciò per sempre sul nostro pianeta l’intero equipaggio. No! La storia delle EBE non è un’invenzione: Entità Biologiche Extraterrestri si schiantarono realmente sul nostro pianeta e se due di loro morirono immediatamente, una era rimasta in vita ma con gravi ferite al capo ed al corpo, mentre l’altra camminava avanti e indietro mostrando chiaramente di essere sopravvissuta. Rimase in vita e venne vista sia da tutti coloro che giunsero sul luogo del disastro che da chi, come il comandante in capo Philip Corso, organizzò tutta la vicenda del dopo-Roswell.

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