Chiesa: il Vaticano ed ET

Vaticano_2008La notizia della posizione ufficiale del Vaticano sulla possibilità concreta che in qualche luogo dell’Universo possa esistere la vita così come la conosciamo qui sulla Terra e che, in altri tempi, non avrebbe potuto certamente prendere la piega che ha poi preso, ha un’origine assai lontana nel tempo e va riferita al 13 maggio 2008, allorquando padre José Gabriel Funes, gesuita allora quarantacinquenne di origine argentina, sacerdote, astronomo e “Director Vatican Observatory”, rilasciò un’intervista a Francesco M. Valiante, giornalista dell’Osservatore Romano, sostenendo alcuni concetti rivoluzionari per la Chiesa di fronte all’ipotesi dell’esistenza della vita extraterrestre. La stessa intervista era apparsa il giorno precedente sul Blog dei “Papabooys” (http://www.papaboys.wordpress.com), così titolata: “Possibile esistenza di UFO non contrasta con fede”.

L’intervista del 2008

FunesIn quell’intervista padre Funes tracciò dapprima una breve storia del pensiero della Chiesa sull’importanza dell’astronomia, vista come “studio delle leggi che governano il Cosmo”, poi indicò nella figura di Papa Gregorio XIII, con la sua riforma del calendario, l’origine di questo pensiero di cui egli era l’attuale portatore. Ricordò quindi che la Chiese ebbe a gestire ben tre osservatori fra ‘700 ed ‘800 e, su iniziativa diretta dei vari pontefici, nel 1891 Papa Leone XIII diede l’avvio alla rifondazione della Specola Vaticana, dimostrando così l’assenza di contrasto fra Chiesa ed astronomia. Funes, prima di passare alle dichiarazioni ufficiali sulle nuove posizioni vaticane, ricordò che sulla Luna vi sono una trentina di crateri che portano i nomi di antichi padri e astronomi gesuiti e, nel nostro sistema solare, vi è addirittura un asteroide intitolato a padre George Coyne, suo predecessore alla direzione della Specola.

Antefatto

Egli passò quindi a chiarire meglio la propria posizione, sostenendo che l’uomo vive in un Universo che è giusto definire “finito” in quanto ha un’età ben precisa, ovvero ha avuto la propria origine nel Big Bang e, da circa quattordici miliardi di anni, si sta espandendo in uno spazio indubbiamente creato da Dio. In quest’ottica, l’uomo diventa il prodotto di una casualità e il figlio di un padre buono che ha per lui un progetto d’amore.
Il gesuita continuò il chiarimento del proprio pensiero, e quindi della posizione ufficiale della Chiesa al riguardo, ricordando come gli astronomi siano concordi nel ritenere che nell’Universo conosciuto trovino spazio almeno cento miliardi di galassie, ognuna delle quali formata da circa cento miliardi di stelle. In quest’ottica, avendo scoperto che attorno a molte stelle, se non a tutte, gravitano pianeti, non si può escludere a priori che la vita si sia sviluppata solo sulla Terra. Secondo Funes, sostenere ciò non è per nulla in contrasto con la fede in quanto non si può porre un limite alla libertà creatrice di Dio.
Da questo antefatto, ricordando la posizione di San Francesco riguardo alle creature terrene, presero corpo le famose dichiarazioni di portata storica sulla possibilità della vita extraterrestre: «ET? È mio fratello ma finora non abbiamo nessuna prova. Certamente, in un Universo così grande non si può escludere questa ipotesi».

E, subito dopo, aggiunse: «È possibile credere in Dio e negli extraterrestri. Si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione» specificando poi, verso la fine dell’intervista, che :«Come esiste una molteplicità di creature sulla Terra, così potrebbero esserci altri esseri intelligenti, creati da Dio».

Insomma, quel 13 maggio 2008 divenne una data storica ed una pietra miliare per l’ufologia poiché si era ufficialmente aperto, da parte di chi avrebbe maggiormente potuto osteggiarlo, il “fronte della possibilità” concreta dell’esistenza di altri esseri intelligenti in questo infinito Universo.

Problema della redenzione

Riguardo poi al “problema della redenzione”, il gesuita dichiarò che proprio l’uomo potrebbe essere la pecorella smarrita di un gregge di cento diverse forme di creature, una pecorella che ha avuto bisogno dell’intervento del buon pastore. Ovvero, Dio si sarebbe fatto uomo in Gesù per salvare la razza umana e non avrebbe avuto bisogno di intervenire sulle altre novantanove che, per inciso, potrebbero non aver avuto bisogno della redenzione dal peccato originale ma, se anche ciò si fosse reso necessario, pur essendo la reincarnazione un evento unico ed irripetibile, avrebbero potuto godere esse stesse della misericordia infinita del Creatore.
Infine, ricordando che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano sostenuto che non c’è contraddizione fra ciò che sappiamo attraverso la fede e ciò che apprendiamo attraverso la scienza, padre Funes sostenne che la Chiesa non deve temere la scienza e le sue scoperte per cui la missione della Specola diviene quella di essere una frontiera fra fede e scienza e, nello stesso tempo, testimoniare la possibilità di credere in Dio ed essere buoni scienziati.

L’anno internazionale dell’astronomia

L’8 gennaio 2009, sul sito dell’osservatorio vaticano (http://www.vaticanobservatory.org), comparve il famoso comunicato stampa con cui si informava che la Specola Vaticana, cioè l’osservatorio della Città del Vaticano, sarebbe stata presente alle cerimonie ufficiali che avrebbero inaugurato l’apertura dell’International Year of Astronomy 2009, ovvero dell’Anno internazionale dell’astronomia, il 15 gennaio successivo, presso il quartier generale dell’Unesco a Parigi.

Tale manifestazione, della durata di un anno, è stata voluta per commemorare il quattrocentesimo anniversario delle prime osservazioni astronomiche compiute da Galileo Galilei. La Chiesa è stata rappresentata alla cerimonia suddetta, oltreché da padre Funes, anche dall’americano f. Guy Consolmagno s. j. (http://fora.tv/abc_player/?clipid=2573) , esperto di scienze planetarie e dal ceco p. Pavel Gabor s. j., esperto dei strumentazioni per la ricerca di pianeti extrasolari (http://www.jesuites.com/actu/2007/observatoire.htm).
In tale comunicato si dichiarava che la Specola Vaticana avrebbe organizzato (giugno 2009) un simposio internazionale, della durata di una settimana, sul ruolo degli astronomi e dell’astronomia nella società del XXI secolo. Ad ottobre, in collaborazione con i Musei Vaticani, la Specola Vaticana e l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e con il coinvolgimento di altri musei ed istituti italiani, si sarebbe sponsorizzata una mostra di strumenti astronomici presso i musei suddetti, centrata sulla storia dell’astronomia in Italia. La mostra avrebbe dovuto trattare le problematiche dell’astronomia prima e dopo Galileo e sottolineare la nascita dell’astrofisica, mettendo particolarmente in evidenza, in tal senso, il lavoro svolto da p. Angelo Secchi s. j. nella metà del sec. XIX.
A Novembre, infine, sarebbe sta organizzata la settimana di studi sull’Astrobiologia presso la Pontificia Accademia delle Scienze. Questa materia che, come si sa, si occupa sia della comprensione della vita nell’Universo che della ricerca di vita extraterrestre, è stata l’argomento della Scuola Estiva vaticana nel 2005. L’Osservatorio vaticano ha il suo quartier generale a Castel Gandolfo, fuori Roma, resistenza estiva del Papa. Il Vatica Observatory Research Group o VORG è invece ospitato nello Steward Observatory, a Tucson, presso l’Università dell’Arizona. Qui, sul monte Graham, vi è il VATT o Telescopio Vaticano a Tecnologia Avanzata.

La settimana di studi sull’Astrobiologia

Come specificato nel comunicato stampa suddetto, dal 6 al 10 novembre, si è tenuta in Vaticano la settimana di studi dedicati all’Astrobiologia (http://it.wikipedia.org/wiki/Esobiologia), ovvero quella branchia dell’Astronomia che si occupa dello studio sulle possibilità di vita al di fuori del pianeta Terra. Il cardinal Giovanni Lajolo, portando i saluti del Papa agli studiosi partecipanti ai lavori, si è auspicato che la serietà scientifica non venisse confusa con la fantascienza. Padre José Funes, direttore della Specola Vaticana, ha detto invece che alcuni pianeti orbitanti attorno alle centinaia di sistemi solari sin qui scoperti potrebbero ospitare forme di vita simili a quelle che si trovano sulla Terra. Egli ha poi aggiunto che i lavori avrebbero dovuto avere lo scopo di aiutare l’uomo a capire fino a che punto sia giunta la ricerca della vita nell’Universo dal momento che ancora non si sono avute prove scientifiche concrete in tal senso. Sul sito di Radio Vaticana (http://www.radiovaticana.org) il giorno 11 novembre 2009 è stato pubblicato da Amedeo Lomonaco il resoconto di tale settimana di studi sull’Astrobiologia, organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze e dalla Specola Vaticana. Padre Josè Funes, durante la conferenza di chiusura dei lavori, tenutasi presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che tali studi si sono rivelati un’importante opportunità per scienziati di diverse discipline.
Chris Impey, professore presso il dipartimento di Astronomia della University California, che ha evidenziato la figura di Galileo Galilei e, confermando la notizia della scoperta di oltre quattrocento pianeti extrasolari, ha chiarito come, giunti a questo punto, sia plausibile ritenere possibile che nella Via Lattea vi siano molteplici luoghi abitabili in quanto nell’Universo esistono tutti gli ingredienti necessari alla vita.
Athena Coustenis, astronoma presso l’Osservatorio di Parigi ha sottolineato il fatto che sotto la superficie di Europa, un satellite di Giove, vi è una grande quantità di acqua, ovvero un enorme oceano liquido che potrebbe ospitare forme viventi. Ha poi ricordato che l’attenzione degli astronomi è rivolta anche a Titano ed Encelado, satelliti di Saturno; il primo, infatti, presenta caratteristiche assai simili a quelle terrestri mentre il secondo sembra che possa offrire condizioni adatte alla vita.
Jonathan Lunine, professore al Dipartimento di Fisica di Tor Vergata, si è mostrato assai scettico in quanto ha sostenuto che i limiti dell’Astrobiologia sono rappresentati dal fatto che l’uomo non è ancora in grado di capire se sia più o meno possibile scoprire altre forme viventi al di fuori del nostro pianeta né è in grado di individuare un pianeta sul quale sia ospitata o si stia sviluppando una qualche forma di vita.
Rispondendo poi ad una precisa domanda sulle eventuali conseguenze derivanti dall’incontro tra l’uomo ed una qualche forma di vita extraterrestre, padre Fuentes ha sostenuto che potrebbe all’incirca capitare quanto accaduto agli europei allorquando incontrarono per la prima volta altre popolazioni o quanto accaduto alle persone nate in America quando vennero in contatto per la prima volta con gli europei: in entrambi i casi fu un incontro di culture e di civiltà. Infine, egli ha quindi concluso definitivamente i lavori all’insegna del possibilismo: al momento attuale non è ancora possibile dichiarare che sia stata scoperta la vita nell’Universo.

L’intervista a Margherita Hack

Il quotidiano “Il Resto del Carlino”, nell’edizione quotidiana nazionale di mercoledì 11 novembre, nel riportare la notizia della settimana dedicata all’Astrobiologia, ha inserito un interessante articolo a firma del giornalista Alessandro Malpelo, frutto di un’intervista alla professoressa Margherita Hack, direttrice dell’Osservatorio di Trieste.

La nota scienziata, rispondendo a domande varie, ha subito sbaragliato il campo da ogni possibile dubbio sulla sua posizione ed ha testualmente riferito le seguenti parole: “... ci attendiamo forme di vita anche fuori dal nostro pianeta… sarebbe assurdo anche solo pensare che le condizioni per lo sviluppo della vita si siano si siano determinate solamente sulla Terra… credo che la probabilità di stabilire un contatto vero sia molto bassa. Noi continuiamo a registrare e studiare i segnali che si ricevono dallo spazio, non cerchiamo rumori ma qualcosa di simile all’alfabeto Morse… credo che sarà difficile viaggiare da un sistema solare all’altro...”.

Insomma, la sua posizione è chiarissima ed è importante che ne prendano nota i cari astrofili, gli astronomi ed i vari divulgatori scientifici d’Italia: dirige da una vita un importante osservatorio astronomico, è conosciuta da ogni italiano ed è certamente assai nota in ogni parte del mondo: là fuori è certo che vi sia vita, poiché è del tutto senza logica pensare che ciò non sia vero, anche alla luce delle ultime scoperte scientifiche sui sempre più numerosi pianeti extrasolari.

Purtroppo per noi, anche nei prossimi decenni sarà assai difficile compiere viaggi spaziali da un sistema solare all’altro, visto il penoso stato della nostra tecnologia scientifica, che ci consente appena di portare qualcuno sulla Luna, ad una distanza di poco superiore ai 384.000 chilometri!

Singolarità di una data

I lavori si sono conclusi con ipotesi alle quali noi ufologi eravamo già pervenuti da tempo, almeno fin dal 1995, allorquando furono scoperti i primi corpi orbitanti al di fuori del nostro sistema solare: la fuori si è probabilmente sviluppata la vita come si è sviluppata sulla Terra ma ancora non si riesce a dimostrarlo. Di certo, comunque, qualcosa lo possiamo dimostrare: la data di inizio del convegno non è stata scelta a caso in quanto, sui cieli vaticani, il 6 e 7 novembre 1954, accadde un episodio di probabile natura ufologica, tramandato ai posteri dal console Alberto Perego nel suo libro: “Gli extraterrestri sono tornati“.

Egli, narrando le vicende di quei lontani e così attuali giorni, nella sua presentazione del libro afferma che dopo aver visto con i suoi occhi dischi volanti per settantasei volte (56 volte in Italia, 8 in Sardegna, 5 in Corsica, 3 sul Canale dì Suez, 1 volta sul Canale di Panama, 1 volta in Australia, 2 volte in Brasile) e dopo aver pubblicato tre volumi su questa “nuova realtà”: (“Svelato il mistero dei dischi volanti“, Ed. Alper 1957) – (“Sono extraterrestri!“, Ed. Alper 1958) – (“L’Aviazione di altri pianeti opera tra noi“, Ed. Cisaer 1963) – si propone di esporre l’intero periodo 1943-1970.
Come primo fatto, egli ricorda di aver osservato, il 6 novembre 1954 dalle 11 a.m. alle 13 p.m., cento dischi volanti su Roma, quaranta dei quali, a mezzogiorno, si sono disposti in una formazione a croce greca nel cielo sovrastante il Vaticano. Il giorno dopo, 7 novembre 1954 pure a Roma, dalle 11 a.m. alle 13,30 p.m., sono continuate le osservazioni, insieme a molte altre persone come nel giorno precedente, delle evoluzioni di circa cinquanta dischi. L’8 novembre 1954 la stampa italiana pubblicò la notizia che nei giorni precedenti erano apparsi sull’Inghilterra una cinquantina di oggetti misteriosi in formazione a “U”, ad “N” e su linee parallele. (Messaggero 8-11-54).

Quelli che seguono sono i principali passi estratti dal libro suddetto e pubblicati sul web da: http://www.edicolaweb.net.

“… Il 6 novembre 1954, sabato, verso le 11 a.m. ero nel quartiere Tuscolano, quando vidi nel cielo alcuni puntini bianchi. Intorno a me erano una ventina di operai dello stabilimento Neri, di acque minerali. Mi recai allora sulla terrazza dello stabilimento. E vi rimasi per due ore avvinto da quello che non saprei descrivere se non come lo spettacolo più emozionante della mia vita. Molte persone che erano con me si stancarono presto la vista, o se ne andarono per motivi di lavoro. Alcuni rimasero. Cominciai ad essere veramente stupito quando vidi una prima squadriglia di “quattro” apparecchi in “perfetta formazione a losanga”. Gli apparecchi erano altissimi, ma il cielo era sereno e azzurro: sembravano capocchie bianche di spilli. Nonostante la chiarezza del cielo, gli apparecchi erano visibili, quasi sempre per 30-40 secondi al massimo: poi scomparivano fra le brume. A distanza di 3-4 minuti vidi altre squadriglie di 4 apparecchi a losanga, di 7 a “delta”, di 12 a largo angolo ottuso. Qualche volta (ma non sempre) gli apparecchi lasciavano una cortissima scia bluastra, spesso brillavano al sole e nel cielo appariva allora come una piccola scintilla.

Dopo circa mezz’ora, calcolai che almeno una cinquantina di apparecchi dovevano essere presenti nel cielo di Roma, ma non potevo vederli che a gruppi e saltuariamente. Chi erano? Reattori americani di nuovo tipo? Pensavo alla emozione della popolazione, perché ritenevo che tutta la città li stesse osservando. Ma come compresi in seguito, quando operano a simile altezza, questi apparecchi non provocano il tipo di avvistamento collettivo, che avviene invece quando operano a quota più bassa (3-4000 metri).

A mezzogiorno preciso vidi una formazione perfetta a “V” di venti apparecchi, la più numerosa vista fino a quel momento, procedere da oriente verso Ostia. Quasi contemporaneamente, ne vidi un’altra identica procedere in “senso opposto”. Fu questione di poche decine di secondi. Le due squadriglie si incontrarono, si congiunsero ai vertici delle grandi “V” e formarono una perfetta “Croce Greca” di esattamente quaranta apparecchi (dieci per ciascun braccio). La croce ruotò su sé stessa di tre quarti di giro trasformandosi in una X. Poi le due squadriglie si distaccarono, formando ciascuna una serpentina di 20 apparecchi. Dopo alcune curve nel cielo, le due serpentine scomparirono alla vista, portandosi ad una quota superiore. Tutta la manovra era durata, complessivamente, circa tre minuti. La croce era stata disegnata in direzione di Trastevere-Montemario e cioè nel cielo sovrastante la Città del Vaticano.

Avevo la sensazione di aver assistito a qualche cosa di nuovo e di supremamente grande. Era indubbiamente l’emozione più forte che avessi provata nella mia esistenza. Erano americani? Mi ricordai in quel momento la data: 6 novembre, vigilia dell’Anniversario della Rivoluzione Russa. Erano forse russi? Cominciai a notare che dal cielo cadevano lunghissimi filamenti lucenti (di otto, dieci metri) sottilissimi. Avevo visto cadere la stagnola antiradar degli apparecchi americani, durante la guerra. Non era la stessa cosa. Questi filamenti erano sottilissimi: sembravano fili di ragnatela. Riuscii a prendesse uno: poteva sembrare una materia vetrosa, che si volatilizzava dopo qualche tempo.

Gli apparecchi continuarono ad apparire, a volte in squadriglie, a volte in fila indiana. Compresi, in seguito, che si trattava di una precisa manovra che si ripeteva. Notai che quando gli apparecchi si concentravano nel medesimo punto del cielo, si formava, al di sotto, una specie di alone bluastro opaco mentre gli apparecchi compivano cerchi al di sopra. Ad un certo momento vidi convergere in un determinato punto del cielo, proprio in direzione del centro di Roma, alcune squadriglie: tre, quattro, cinque, sei, sette. Contai l’uno dopo l’altro fino ad ottantacinque apparecchi. Realizzai che ve ne dovevano essere su Roma, in quel momento, almeno un centinaio. Seguii il va e vieni di questi apparecchi fino alle 13. Verso questa ora scomparvero definitivamente. In quale direzione? Attesi con curiosità le edizioni dei giornali della sera. Con mia enorme sorpresa non vi era una parola della manifestazione. Mi recai alla redazione di un giornale (“Il Secolo”) e ne parlai ad amici giornalisti. Mi guardarono increduli. Dissi allora che preferivo non si pubblicasse nulla. Pensavo che le Autorità avessero avuto motivi per non diramare la notizia alla stampa.

Cercai sui giornali della domenica mattina, 7 novembre: nulla. Andai allora dal Direttore Generale degli Affari politici del Ministero degli Esteri. Anch’egli non era al corrente di nulla. Mi ascoltò attentamente: sapevo che, conoscendomi da venticinque anni, non avrebbe potuto mettere in dubbio le mie parole. Esaminammo insieme la manifestazione e la data. Tornai poi allo Stabilimento Neri, nella zona Tuscolana.

Verso le 11,30 salii sulla terrazza da dove avevo osservato la manifestazione del giorno prima. Il cielo era ancora più limpido del giorno precedente: una mattinata cristallina, splendida. Con meraviglia mi accorsi che gli apparecchi erano nuovamente nel cielo di Roma. Sempre altissimi. Li distinsi dopo averne visto brillare qualcuno al sole. Vidi poi la grande ombra bluastra del “concentramento”, sulla zona Flaminia-Nomentana. La manifestazione si svolse per ben due ore e mezza, cioè fino alle 14. Non mi mossi più dalla terrazza. Mi fu possibile a poco a poco comprendere la manovra che questi apparecchi svolgevano. Era sempre la stessa: essi si concentravano in un determinato punto del cielo, provenendo da direzioni diverse e arrivando nel concentramento “sempre in formazione”. In questo concentramento gli apparecchi compivano numerosi giri concentrici. Poi, dopo circa cinque minuti, lasciavano il concentramento e si vedevano allora uscire dall’alone opaco, nel cielo limpido, “sempre in fila indiana” di sette otto, prendendo direzioni diverse, a raggiera. La squadriglia regolamentare doveva essere di sette apparecchi. Qualche volta, nell’uscita dal concentramento, due squadriglie si susseguivano in fila indiana e potei contare così sino a quattordici apparecchi l’uno dietro l’altro. Gli apparecchi scomparivano per una decina di minuti: compivano, probabilmente, larghi giri nel Lazio. (?) Poi riapparivano “in formazione”, per operare un nuovo concentramento in un altro punto del cielo. Quando ripartivano erano di nuovo “in fila indiana”; e così di seguito.
Il 7 novembre 1954 mi fu possibile contare cinque di questi concentramenti e precisamente: il primo sulla zona Nomentana-Flaminio; il secondo sulla zona del centro (Stazione Termini-Piazza Vittorio); il terzo sulla zona S. Giovanni; il quarto sulla zona Tuscolana, proprio sulla mia testa, il quinto, l’ultimo, sulla zona Tiburtina. Compresi che anche il giorno precedente il movimento degli apparecchi, che mi era apparso confuso, si era svolto, invece, eseguendo questa manovra. I concentramenti del 6 novembre erano avvenuti nella parte occidentale di Roma (Nomentana, Trastevere, Ostiense, Piazza Garibaldi). Mentre il 6 novembre non avevo potuto vedere che direzione avessero preso gli apparecchi alla fine della manifestazione, il 7 novembre vidi alcune squadriglie prendere la direzione dell’Abruzzo e scomparire. Erano circa le 14. Gli apparecchi avevano dunque operato su Roma per due ore e mezza consecutive. Questo tempo sarebbe stato sufficiente per bombardare tutte le Basi Navali del Mediterraneo occidentale. Si trattava di una autonomia rivoluzionaria “inconcepibile”. (Anche il 7 novembre avevo visto cadere dal cielo i lunghi filamenti vetrosi che scintillavano al sole, prova evidente della presenza fisica di questi apparecchi).
Mi recai a colazione al Circolo del Golf e verso le 16 andai a Ciampino. Il Colonnello Comandante del Campo, dopo aver ascoltato con meraviglia le mie parole, mi disse che “tutto era tranquillo e che non si era notato nulla di speciale” (!!).

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