Alieni: in quale zona del Cosmo potrebbero trovarsi?

dove-vivono-gli-alieniPer chi è convinto che la cosa più comune che possa esistere là fuori sia la vita, in tutte le sue forme e manifestazioni, sparsa ovunque fra quei miliardi di pianeti che si trovano ad orbitare nelle zone abitabili presenti in ogni sistema solare, collocati alla giusta distanza da Soli del tutto simili al nostro Sole, è del tutto naturale ritenere di non essere soli fra così tanti miliardi di Soli, ma è anche naturale chiedersi in quale zona del Cosmo potrebbero trovarsi gli alieni, ovvero altre civiltà a noi coeve.

E a giudicare dallo studio curato dai professori Roger Penrose (Oxford University) e Vahe Gurzadyan (Yerevan State University), e pubblicato il 14 dicembre 2015 sul sito arxiv.org, le civiltà aliene potrebbero veramente esistere in ben precisi luoghi dell’Universo. In tale articolo si parla di una mappa cosmica della radiazione di fondo, nella quale sarebbero state individuate delle “anomalie” così specifiche da poter essere interpretate come possibile prova dell’esistenza di civiltà extraterrestri preesistenti alla nostra e addirittura a noi coeve. In base alle anomalie, sulla suddetta mappa sono stati segnalati con puntini rossi i luoghi dove potrebbero aver vissuto i nostri fratelli cosmici.

Secondo i due studiosi, l’Universo sarebbe soggetto alla “teoria della ciclicità“, per cui non avrebbe solo l’attuale vita, ma ne avrebbe avute diverse altre ed il Big Bang segnerebbe semplicemente il confine fra un’era ed un’altra: “… si può concludere che … è presente una concentrazione estremamente grande e molto distante di fonti, mostrate in rosso … Se vogliamo considerare i segnali provenienti da esseri precedenti … allora queste regioni potrebbero benissimo essere i luoghi più promettenti in cui guardare … in cui esiste una grande probabilità che ci siano state, o ci sarebbero … società tecnologiche evolute che si sono sviluppate e che si siano stabilizzate a lungo termine …“.

Di per se stessa, comunque la notizia non avrebbe avuto nulla di ufologicamente interessante se gli stessi ricercatori non avessero anche sostenuto, parlando del “Paradosso di Fermi“, che le civiltà dei cicli precedenti, avendo raggiunto un livello tecnologico elevatissimo, avrebbero avuto la possibilità trasmettere informazioni ai posteri, veicolandole attraverso la collisione fra buchi neri: “… la probabilità sarebbe stata che la nostra civiltà fosse stata preceduta da altre … L’aspettativa, quindi, sarebbe che tali civiltà super avanzate avrebbero avuto ampia opportunità di visitarci oppure, quanto meno, aver inviato segnali decifrabili per noi ...”.

Ma se ci possono essere civiltà a noi coeve, come potrebbero aver superato il problema del dover viaggiare a velocità prossime a quella della luce e quello del poter disporre dell’energia necessaria per coprire distanze di molti anni-luce? Non sono domande da poco, poiché lo scenario non avrebbe allora alcunché di scientifico e si entrerebbe direttamente nella fantascienza dalla porta principale in quanto, come ben sappiamo, viaggiando a quelle velocità la massa si trasforma energia ed i tempi dei viaggiatori subirebbero una contrazione. O abbiamo sbagliato tutto o, più semplicemente, non esiste solo la fisica che abbiamo scoperto, cioè la nostra fisica.

MODI PER INDIVIDUARE ET

A causa della luce riflessa dal Sole di ciascun sistema solare, sarebbe assai difficile individuare un artefatto alieno, orbitante da qualche parte, osservandolo nella “luce visibile“, mentre si avrebbe un’opportunità in più se si puntasse sulle onde radio in quanto l’artefatto sarebbe un vero e proprio corpo solido. La novità vera e propria rimane comunque quella dell’infrarosso: con tale tecnologia sarebbe davvero tutta un’altra storia in quanto, grazie all’utilizzo dei sistemi tecnologici di mantenimento ordinario, come potrebbe essere una base spaziale orbitante, vi sarebbe l’emissione di calore e per gli alieni non ci sarebbe scampo.

TECNOLOGIA INFRAROSSA

Nel 1983 venne messo in orbita il satellite IRAS (Infra Red Astronomical satellite), dotato di tecnologia infrarossa, con una sensibilità superiore di mille volte al miglior telescopio infrarosso terrestre, ovvero lo UKIRT (United Kingdom Infrared Telescope), posizionato nelle Isole Hawaii, ad un’altezza di 4.300 metri. La radiazione infrarossa (IR), rispetto alla luce visibile nell’ottico, attraversa meglio le nubi di materia interstellare. Purtroppo, sia a causa della morte dell’astronomo di riferimento dell’IRAS (Papagiannis) e sia per la posizione della comunità scientifica del tempo, che ritenne le missioni IRAS a bassa probabilità di successo, vennero condotte solo analisi superficiale dei dati raccolti dal satellite, che non portarono a risultati apprezzabili. Stessa sorte toccò al satellite ISO (Infra Space Observatory), lanciato nel novembre del 1995, che fece le stesse cose dell’IRAS, ma i risultati ottenuti vennero analizzati in maniera non mirata e quasi superficiale. Ora, però, quei dati potrebbero tornare assai interessanti in quanto l’ISO fotografò a grande campo il nostro Sistema Solare.

TECNOLOGIA FOTOMETRICA

Uno strumento assai pratico per individuare pianeti extrasolari ed artefatti alieni è certamente rappresentato dalla fotometria, ovvero una particolare tecnica astronomica consistente nella misurazione del flusso della radiazione elettromagnetica di un oggetto celeste. Alla stima della distanza di un oggetto qualsiasi, la fotometria fornisce anche informazioni ben precise sul totale dell’energia emessa dall’oggetto, sulle sue dimensioni e su diverse altre proprietà fisiche, come la temperatura esterna ed interna. Ovviamente, se l’oggetto è dotato di scarsa magnitudo le misurazioni fotometriche risulteranno assai difficoltose.

In un’ottica ufologica si potrebbe pensare di attivare un piano di osservazione delle zone critiche dove potrebbero stazionare le “Sfere di Dyson” di cui abbiamo parlato in precedenti articoli, ovvero l’orbita circumterrestre dei Punti Lagrangiani, quei particolari punti neutri nei quali le forze gravitazionali si bilanciano, annullandosi e permettendo a corpi di piccola massa, come potrebbero essere gli artefatti alieni, di mantenersi in una posizione fissa rispetto ad entrambi. L’indagine fotometrica è in grado di rilevare guizzi di luce simili ai Gamma Ray Bursts, generati da emissioni energetiche di energia nucleare, collegate ad eventuale attività estrattiva di minerali. In pratica, l’indagine spettroscopica, identificando le righe spettrali di origine nucleare, potrebbe rilevare le esplosioni nucleari collegate ad attività estrattiva.

TECNOLOGIA DELL’ANALIZZATORE DI SPETTRO

Un altro modo per verificare la possibile presenza di corpi orbitanti nello spazio è quello rappresentato dall’analizzatore di spettro, come quello utilizzato presso il radiotelescopio di Medicina (BO), afferente al progetto SETI, in grado di analizzare simultaneamente un milione di canali e fornire una risoluzione elevatissima di frequenza, tale da poter misurare l’effetto Doppler di una sonda aliena in orbita lunare.

E sempre a Medicina di Bologna è attivo da diverso tempo il progetto DEBRIS, consistente nel monitoraggio del cielo attraverso uno spettrometro radio multicanale, avente lo scopo di tentare il rilevamento di: frammenti satellitari, satelliti in disuso e piccoli asteroidi in rotta di collisione. In chiave ufologica, tutto ciò diventa una manna gratuita, in quanto se il sistema è in grado di rilevare tutti quegli oggetti, a maggior ragione sarà certamente in grado di rilevare sia artefatti alieni momentaneamente posizionati nei punti lagrangiani che Oggetti Volanti Non Identificati in transito momentaneo nel raggio d’azione dello spettrometro.

MEZZI FUTURI

Come abbiamo visto nei nostri precedenti articoli, per poter realizzare un viaggio nel Cosmo, ovviamente inteso solo come “volo interplanetario” in quanto quello “interstellare” potrà essere programmato solo fra qualche secolo, si è pensato a diverse tecnologie. Anche qui occorre però chiarire che l’uomo si trova ancora in una fase teorica o, meglio ancora, utopica essendo la nostra capacità attuale di raggiungere altri mondi totalmente frenata dalle enormi distanze.

E quali potranno mai essere i motori destinati a spingere le sonde delle astronavi del futuro? Negli anni ’70 la Planetary Society (USA) progettò un’astronave alimentata da un reattore a fusione nucleare (Progetto Orion), in grado di produrre una velocità teorica di 30.000 (trentamila) km al secondo che, se paragonati alla velocità medio-alta di uno Shuttle (38.000 km all’ora) era qualcosa di stratosferico e decisamente chimerico: infatti, era solo un’ipotesi progettuale!

Gli attuali motori a combustione sono destinati a diventare obsoleti in quanto serve troppo propellente anche per un semplicissimo, ma per noi ancora complicatissimo, viaggio Terra-Luna.

Le enormi distante ci impediscono semplicemente ogni tipo di viaggio cosmico poiché le distanze fra i Soli sono eccessivamente dilatate per un essere umano. La velocità subluminale sarebbe la sola possibilità concessa alla tecnologia terrestre attuale, ma anche viaggiando per trent’anni ad una velocità di ben trentamila chilometri orari non riusciremmo nemmeno ad uscire dal nostro Sistema Solare. Ecco perchè diciamo che la tecnologia propulsiva degli UFO è immensamente superiore alla nostra, per cui devono provenire da una civiltà assai più avanzata.

Ma questo è anche il motivo per cui, più che al singolo e semplice vettore spaziale, si pensa seriamente alle astronavi generazionali, unici oggetti volanti in grado di avere una possibilità reale di lasciare il nostro Sistema Solare se avessimo veramente la tecnologia adeguata per far volare uno scafo immenso, capace di mantenere in vita per decenni o per secoli, un equipaggio di centinaia o migliaia di persone.

ANIMAZIONE SOSPESA E STATO IBERNATIVO

E se all’interno di un’astronave spaziale dovessero poi, inaspettatamente mutare le condizioni necessarie alla vita, o si rendesse necessario affrontare situazioni drastiche ed estreme mentre si è in viaggio attraverso il Cosmo, come ci si potrebbe salvare, secondo la ricerca attuale? L’animazione sospesa e lo stato ibernativo potrebbero rappresentare due soluzioni percorribili? Certo, se non considerassimo che in entrambi i casi saremmo all’interno della follia pura.

L’animazione sospesa consiste in un rallentamento delle funzioni vitali di un individuo, senza causarne la morte, ma siamo ancora nel campo della fantascienza e nulla è stato praticamente sperimentato in maniera valida sugli esseri umani. Anzi, gli esperimenti sugli animali hanno condotto ad esiti catastrofici in quanto hanno dimostrato che l’animazione sospesa provoca solo danni su danni: dalla diminuzione della coordinazione generale ai forti deficit mentali, per arrivare fino al famoso e tristemente noto “comportamento-zombie”. Una vera e propria tragedia. Nei topi la temperatura corporea è stata portata a 13 gradi Celsius e così il loro metabolismo è sceso ad un decimo. I cani, invece, hanno subito la sperimentazione della sostituzione del sangue con una sostanza ghiacciata che ne ha provoca la morte clinica e dopo ben tre ore sono stati riportati alla vita attraverso un impulso elettrico al cuore, che ha così ripreso a pompare sangue nel corpo congelato.

L’ibernazione è una tecnica usata in chirurgia, attraverso la quale si abbassa la temperatura corporea per ridurre i processi vitali. L’idea che sta alla base dell’utilizzazione dell’ibernazione per viaggi cosmici è quella di prendere tempo, sperando che allo scongelamento sia stata scoperta una tecnologia di clonazione e nanooperazione in grado di rigenerare i tessuti, eventualmente sostituendo e ristrutturando le parti corporee irrimediabilmente danneggiate.

Tutte le massaie, poi, sanno che la carne di animale non può essere congelata in freezer più d’una volta perché andrebbe incontro a putrefazione certa. Le tecnologie di ibernazione utilizzano quindi i sistemi di vetrificazione onde evitare gli eventi nefasti derivanti dal congelamento. Si è infatti scoperto che i batteri presenti all’interno dei tessuti risultano rafforzati e più reattivi una volta scongelati. L’ibernazione post mortem si basa dunque sulla vetrificazione, un processo in cui non si ha congelamento, ma si crea una situazione in cui i liquidi corporei addizionati a sostanze antigelo, si condensano e vetrificano senza cristallizzare e quindi senza danneggiare le pareti cellulari. Figuriamoci, dunque, quale potrà mai essere la situazione se riferita ad un corpo umano che debba viaggiare nel Cosmo e risvegliarsi dopo cento o duecento anni con la speranza che la scienza abbia avuto una evoluzione importante in tal senso! Fantascienza pura, appunto, ma anche per ET? Se viene quaggiù da tempo, ha già ampiamente superato il problema spazio- durata biologica della vita, e quindi appartiene ad una civiltà assai più avanzata della nostra. Per lui il problema è stato certamente risolto.

PROBLEMI DEGLI ASTRONAUTI (E DI ET): LA FORZA DI GRAVITÀ

Per viaggiare nel Cosmo si devono superare davvero tanti problemi. Il primo di questi problemi è dettato direttamente dall’assenza di gravità, che causa non solo la perdita di calcio nelle ossa e un indebolimento generalizzato della muscolatura, ma un importante calo delle difese immunitarie. E questo è, e rimarrà sempre e comunque, un problema per ogni essere vivente, quaggiù sulla Terra come lassù, fra gli sperduti mondi cosmici da cui provengono le razze aliene: il cambio di forza gravitazionale, legato alla massa del corpo celeste visitato, produce inevitabilmente danni fisici importanti, ma il calo delle difese immunitarie soverchia immensamente ogni altro danno ed è certo il motivo principale per cui sono davvero pochi i rapporti ufologici che descrivono un avvicinamento fisico, direttamente sulla Terra e a cielo aperto, fra presunti esseri alieni ed esseri umani. Il rischio derivante dal contatto di due corpi, appartenenti a pianeti con forze gravitazionali diverse, è decisamente troppo elevato per essere anche solo tentato, pur con le opportune protezioni, delle vie respiratorie e delle parti esterne dei corpi.

PROBLEMI DEGLI ASTRONAUTI (E DI ET): L’ALIMENTAZIONE

E che dire del problema alimentare? Noi sappiamo che nel 1989 la NASA ha attivato il progetto BioHome (Pr. bàioheum) con un essere umano: quell’uomo dovette resistere trenta giorni riciclando le proprie urine e coltivando i prodotti di cui necessitava. Nel progetto russo “Bios-3“, tre uomini provarono a sopravvivere sei mesi in uno spazio di 315 metri cubi, mentre nel progetto statunitense Biosphere 2 diverse persone provarono a vivere assieme e fu subito tragedia: l’aumento improvviso della quantità di anidride carbonica provocò lo sviluppo di un batterio mortale, per cui è davvero avanti anni luce rispetto a noi una civiltà aliena che decida di venirci a trovare. Ed una civiltà così avanzata non si sposta certamente per venire a disegnare un semplice agroglifo sopra ad un campo di grano! Questo comportamento sarebbe follia pura anche solo pensarlo! E quale sarà mai il livello di pochezza scientifica contenuto nella mente di chi pensa siano possibili avvenimenti di questo tipo! Povera ufologia!

PROBLEMI DEGLI ASTRONAUTI (E DI ET): DINAMICHE PSICOLOGICHE

Durante il suddetto esperimento “Biosphere 2” gli scienziati compresero l’importanza assoluta delle dinamiche psicologiche e di gruppo operanti all’interno di spazi ristretti dopo un mese di permanenza: alcuni degli individui coinvolti sabotarono il progetto ed aprirono le porte! E sempre in tale chiave è stato affrontato con un incredibile successo l’esperimento russo denominato “Mars 500“, conclusosi il 14 luglio 2009: sei volontari sono rimasti chiusi in una struttura biomedica per 105 giorni, simulando il viaggio Terra-Marte. Insomma, in chiave ufologica è quasi impensabile credere che gli occupanti degli UFO possano essere solo uno o due: sono troppi i problemi da affrontare e vi devono necessariamente essere esperti in molti campi. E se anche dovesse essere notata o una sonda o una navetta aliena di piccole dimensioni, si dovrà necessariamente pensare che nelle vicinanze sia stazionata un’astronave-madre!

La NASA sta scommettendo su viaggi spaziali generazionali, con equipaggi composti da un minimo di 180 ad un massimo di 500 individui, non imparentati fra di loro, così da poter puntare su di una diversità genetica di base ed avere buone probabilità di prosecuzione della razza umana. Inoltre, la comunità spaziale dovrà essere organizzata come sulla nostra Terra, suddivisa in piccoli gruppi che seguano lo stile della famiglia vera e propria. In chiave ufologica, quindi, se queste sono le regole minime della convivenza, della sopravvivenza e dell’alimentazione, sappiamo anche già come potrebbero essere realmente strutturati gli equipaggi che vengono a farci visita con regolarità.

centro-ufologico-ferrarese-cuf-artioli-fiorenzoSe desiderate frequentare il nostro centro ufologico, sappiate che si trova in via Mantova 117, a Vigarano Pieve, nella palazzina di fianco alle vecchie scuole elementari, proprio di fronte alla chiesa, nel comune di Vigarano Mainarda, luogo dell’avvistamento della gigantesca astronave aliena, osservata da quattro persone nel 1986. La sede del CUF è aperta tutti i giorni, ma per i non iscritti la serata è il giovedì, dalle 21:30 alle 23.00 circa. Se qualcuno desiderasse iscriversi, sappia che l’iscrizione è gratuita e valida per sempre. Per informazioni di vario tipo o segnalazioni di presunta natura ufologica, potete telefonare in ogni momento al 333.595.484.6 e vi risponderò io, Fiorenzo Artioli, fondatore e coordinatore del Centro ufologico ferrarese.

 

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